La redazione di Politicanews.it ha contattato in esclusiva Laura Sparavigna, Presidente IX commissione "Istruzione, Formazione e Lavoro" del Comune di Firenze, per discutere della situazione attuale dell’Italia e del futuro del paese.

Finora è d’accordo con i provvedimenti del governo?

“Credo che nessuno potesse essere pronto alla gestione di una fenomeno così devastante e impattante come quella della pandemia covid-19 che rapidamente è passata da essere una crisi di natura sanitaria, retta dal nostro sistema di Welfare in particolare dal Sistema Sanitario Nazionale pubblico e universale, in questo Paese, a essere una crisi economica capace di sconquassare il mondo del lavoro, far saltare gli schemi dell’organizzazione del lavoro, rivelare la fragilità delle filiere produttive e dei sistemi economici nazionali europei e globali, e che rischia di culminare in una crisi sociale che non lascerà indenne nessuno. Il covid-19 ha svelato il segreto di pulcinella mostrando le fragilità strutturali di questo Paese dovute alla mancanza di riforme strutturali, di un riassetto dell’organizzazione pubblica ed istituzionale, una pianificazione decennale di vedute da parte dei decisori pubblici e non in risposta alle 4 macro sfide degli anni 2000: la rivoluzione digitale, la crisi demografica, il fenomeno migratorio e il climate change. Lo sminuimento di questi fenomeni, l’adozione di una gestione a breve termine, in preda al consenso e vittima della pressione dei gruppi d’interesse ci ha indeboliti. Il governo Conte ha mostrato fermezza coraggio e rapidità nella fase iniziale dinnanzi alla diffusione incontrastata del virus nel Nord- Italia imponendo un lockdown, limitando le libertà fondamentali dell’individuo per la salute della collettività, bloccando il sistema produttivo e il mondo del lavoro dell’intero Paese. Manovre molto forti e invasive quanto necessarie. La risposta generale è stata di sostegno e apprezzamento, seppur smarrita, generando i movimenti de “andrà tutto bene”, gesti di solidarietà a ogni latitudine, riscoprendo il valore del sapere, dello studio, della ricerco e della res publica soprattutto in area socio-sanitaria al grido di “eroi in corsia” in totale dissonanza ai tagli ingenti subiti negli ultimi decenni. Il mese di aprile è stato duro. Una Babele di atti, FAQ., direttive e ordinanze, talvolta in contrasto o paradossali o quasi surreali (cfr la metratura entro cui si poteva camminare). Comprensibile la prudenza e la cautela nell’adottare nuove misure così come la necessità di aggiornare ogni due settimane i criteri, ponendoli in relazione alle evidenze epidemiologiche per il contrasto del virus ma comprendere la visione del governo, anche solo a breve termine, è stato complesso. Così come ardua è stata la comprensione di cosa fosse possibile e cosa no sia per il cittadino volenteroso di rispettarle quanto per noi amministratori chiamati a eseguirle. Ormai il frame di riferimento è cambiato: la minaccia invisibile del virus sostituita dalla visibilissima e temuta disoccupazione e povertà, come se all’aumentare del controllo e della sicurezza aumentasse il terrore sul piano economico”.

Capitolo istruzione: un plauso doveroso va fatto al corpo docenti. Ci dice la sua su questa situazione?

“L’applauso va a tutta la Comunità Educante: le famiglie, la scuola, il territorio. Hanno dato prova di una grandissima resilienza e han dato prova di sapersi riorganizzare e collaborare. Non possiamo sorvolare sulle profonde fragilità emerse nella dimensione digitale sia su piano infrastrutturale che sull’accessibilità ai dispositivi che dovute a una scarsa diffusione delle competenze digitali. Il nostro Paese a lungo ha inteso la rivoluzione digitale come lo sviluppo online in sovrapposizione sterile ad uno offline, non credendoci mai fino in fondo ma in questi mesi, ne siam stati travolti. La didattica distanza è stata fondamentale, risolutiva in una prima fase, però arrivati al terzo mese è solo un palliativo. L’iper-digitalizzazione della scuola con la negazione della dimensione fisica e dei tratti di quotidianità ha impedito alla Scuola di espletare la sua funzione primaria: istituzione promotrice di equità, di eguaglianza, di inclusione sociale, capace di rimuovere gli ostacoli ereditati dal contesto socio-familiare in favore della propria realizzazione. L’isolamento digitale ha aumentato le disuguaglianze ed evidenziato le differenze emarginando chiunque sia irraggiungibile dalla rete o privo di dispositivo o affetto da una patologia tale da necessitare un sostegno quotidiano o con gap linguistici o con situazioni economiche o familiari complesse o semplicemente perché in una famiglia numerosa con poche “zone studio” e certamente non un tablet a testa. Sicuramente hanno pagato il prezzo più alto. Poi c’è la variabile della famiglia. Per funzionare, specie negli ordini inferiori, c’è bisogno di un altro elemento: la presenza di un adulto con competenze digitali e disponibilità di tempo. Tratti non scontati data la trasformazione in smartworkers di gran parte delle categorie di lavoratori e lavoratrici. Escludente lo è stato anche per tutti gli indirizzi incentrati su attività laboratoriali o per la formazione che necessita imprescindibilmente di attività pratiche di esercizio per lo sviluppo della manualità e l’apprendimento di tecniche specifiche. In questi casi il tema non è la valutazione ma l’effettivo sviluppo di una competenza e per questo, serve pratica! Insomma la Didattica a Distanza, entro la scuola dell’obbligo, è una metodologia ottima se integrata ma se unica, bhè, per funzionare ed essere di qualità ed omogenea nell’erogazione, richiede un impegno e la presenza di una molteplicità di fattori che vanno ben oltre la buona volontà e il massimo impegno offerto dal personale docente e non e dalla comunità educante. L’esperienza scolastica non si esaurisce nell’apprendimento di saperi specifici bensì concorre alla formazione dell’identità attraverso l’incontro scontro con i pari e l’incontro-scontro con le figure adulte la scuola dei tratti dell’alunno, ne sviluppa le competenze relazionali, crea un ponte tra lo studente e la comunità. Entro uno stato democratico la chiusura di un ciclo scolastico è un rito di passaggio. Stimola quesiti e porta a prendere decisioni lo studente che così sviluppa consapevolezza del percorso di crescita, stimolandolo nel processo dell’Autonomia e della affermazione della propria personalità. La comunità impara a conoscerlo, apprezzandone la crescita e segnando i passaggi di status. Soprattutto coloro che dovranno scegliere cosa fare da settembre non avranno potuto godere del prezioso confronto tra pari, con gli studenti del ciclo superiore, con i propri docenti, con gli adulti di riferimento nella comunità extrascolastica. Questo è l’aspetto irrecuperabile nonostante le piattaforme notevoli che son state create: l’aspetto socio-relazionale. Così la revisione dell’esame di maturità, la promozione assicurata sin dalla primavera rischia di svilire chi ha studiato con costanza e dedizione e di rinforzare la pigrizia di altri. Eppure in questa strana realtà sembra che il covid-19 abbia contrapposto sui piatti della bilancia: il diritto all’istruzione e il diritto alla salute. Il covid-19 è un nemico insidioso. Non lo vediamo e questo ci porta a dimenticarlo. Eppure è sempre là. Sino a quando non sarà sicuro, bhè, in classe non potremo tornare. Prendiamo i mesi estivi per capire come, dove, quanti e chi, ma facciamo che basti. Da settembre la comunità educante deve tornare in azione e gli studenti in classe”.

Quale sarebbe la sua proposta?

“I nostri 8 milioni di alunni di ogni ordine e grado devono tornare in classe. La scuola svolge una funzione educativa e sociale nel ruolo di strumento di conciliazione per le famiglie. Per questioni di salute pubblica, in primis degli studenti e del personale che lavora entro il sistema scuola è opportuno posticipare il rientro per poter definire un nuovo modello di scuola con una nuova organizzazione. Quando si parla di scuola non dobbiamo pensare esclusivamente all’immagine della scuola con il cancello che si apre e chiude al suono della campanella. E’ un’istituzione totalmente interconnessa nella città di cui scandisce i tempi e orienta i servizi: cambiare “la giornata” all’alunno implica impattare direttamente sull’organizzazione dei modelli familiari e sulle realtà delle attività extra scolastiche, fondamentali per l’esperienza e per l’apprendimento in uno studente, e agire, a livello di amministrazione, sui servizi al cittadino.
Affrontare l’organizzazione di un sistema scolastico implica essere disposti a ridefinire le regole di vita di una comunità. Ad esempio dovremo ridefinire la mobilità, i regolamenti urbanistici, la gestione degli spazi verdi, i modelli di organizzazione del lavoro perché ovviamente cambieranno le necessità di ingresso e uscita per i genitori così come cambierà la giornata lavorativa tipo per il personale docente e non, cambieranno i servizi complementari al diritto allo studio come il servizio mensa o il trasporto per studenti o le gite scolastiche. “Scuola, Famiglia e Territorio” inteso come la pluralità di soggetti istituzionali e non, dell’associazionismo, del terzo settore che animano e regolano le nostre città. Dobbiamo adottare un’ottica di sistema e fare gioco di squadra collaborando e cooperando a stretto contatto con tutti gli altri enti e le istituzioni presenti sul territorio. Dobbiamo attivare la comunità educante valorizzandone le risorse, ridefinendo i rapporti tra le parti, gli spazi, le funzioni e l’organizzazione. La digitalizzazione e l’innovazione didattica devono essere integrate, non dimenticate, e rese accessibili e sostenibili: va mappato il territorio per coprire le zone d’ombra, permesso il possesso di un device, strumento necessario quanto il manuale, a ogni studente di ogni ordine e grado attraverso forme di finanziamento o forme di prestito come il comodato d’uso negli ordini superiori e investire sulla alfabetizzazione digitale del personale docente e non è della platea educante (Mai come in isolamento digitale abbiamo appreso la necessità e l’utilità della tecnologia). Va creata una piattaforma nazionale per la didattica a distanza che raccolga contenuti fruibili da ogni classe per definire degli standard qualitativi eguali entro l’offerta educativa digitale.
In maniera similare, prevedendo l’impossibilità di momenti di aggregazione su larga scala, potremmo coinvolgere gli studenti di gradi superiori, nativi digitali, nello sviluppo di piattaforme per la socialità, l’organizzazione di assemblee, forum, attività comunitarie che ricreano gli spazi aggregativi scolastici. Così proveremmo una digitalizzazione non sono entro la funzione di trasmissione di saperi ma nell’area relazionale. Gli spazi scolastici sono una nota dolente. La cura dei nostri edifici scolastici è stata per troppo tempo sotto-finanziata generando una situazione estremamente eterogenea nel territorio nazionale. Servono finanziamenti e linee guida chiare e tempestive per permettere agli enti locali di stilare un ordine di intervento secondo un indice di fattibilità è di priorità. Parallelamente potremo attivare un processo di verifica degli spazi urbani: ripensando le destinazioni d’uso di spazi pubblici, di aree verdi, la riconversione di immobili privati, la riqualifica di edifici caduti in disuso, sperimentando forme di co-utilizzo di spazi come le palestre, le biblioteche, i musei ecc… 
Chi e quanti e quando andranno a scuola è il quesito che maggiormente anima le nostre discussioni e richiede soluzioni innovative. La tendenza degli ultimi anni delle cosiddette “classi pollaio”, troppi studenti in troppo poco spazio, non può essere ulteriormente accettata. Per questioni sanitarie si presume che il rapporto docente/alunno sarà molto ridotto. Da una parte è necessario intervenire implementando e stabilizzando l’organico docente e non e delle figure professionali afferenti all’area educativa e socio-sanitaria. Dall’altra dovremo prevedere forme sperimentali di integrazione tra lezioni a distanza e in presenza: adottando una divisione verticale o orizzontale. Le variabili sono due: dividere tra anni entro lo stesso ciclo o tra sezioni dello stesso anno in combinazione con un’alternanza settimanale, mensile, semestrale o annuale. Potrebbe essere più utile (e facile per l’organizzazione familiare) adottare un approccio inverso basandosi sull’estensione dell’orario e su un’ inversione di parametro: il docente resta fermo nella classe, il che consente l’uso di tecnologie fisse (ex. nei laboratori) e la personalizzazione dello spazio educativo, e sono gli alunni a cambiare ogni 55 minuti aula. Questo permette una maggiore turnazione dei gruppi e degli spazi permettendo anche una maggior areazione degli spazi. Il tema della mensa è ostico ma si potrebbe prevedere il pasto da casa, almeno per i primi tempi o potrebbero essere coinvolte attività dal settore della ristorazione. Il tema della sanificazione degli spazi è dirimente e centrale: come? con che frequenza? secondo che modalità? Anche qui attendiamo linee guida. Su piano dell’offerta didattica dovremo agire con coraggio. Dovremo agire introducendo e rafforzando l’apprendimento di competenze tecnologiche e digitali. Soprattutto dovremmo avere cura e attenzione nell’aggiornare e innovare i percorsi entro gli istituti e i corsi di formazione professionale cosicché si permetta lo sviluppo di competenze utili al contesto post scuola. Quando ripartirà gli alunni si troveranno in un posto nuovo, dopo aver superato 6 mesi di isolamento digitale seppur con diverse fasi. Sarebbe opportuno prevedere un rafforzamento delle figure di sostegno psicologico e di tutoraggio entro le scuole di ogni ordine e grado per stimolare resilienza, empatia ed aiutare ad affrontare disagi e rischi che potrebbero emergere. Il percorso della rinascita sarà soprattutto su un piano emotivo, psicologico e relazionale. Questa è la sfida: definire un nuovo modello”.

È d’accordo con la riapertura dei centri estivi?

“L’apertura al mondo del lavoro deve essere sostenuta da servizi in sostegno alle famiglie per permettere la conciliazione tempi di vita e lavoro soprattutto in questi mesi di graduale riapertura. In assenza dei quali la ripartenza sarà pagata in gran parte dalle donne e dagli under 35. La donna, già da prima del covid-19, ogni settimana mediamente aveva 13h in più di lavoro per la cura verso un anziano o un minore e nei lavori domestici. A questo va aggiunta una maggiore fragilità economica dovuta a una differenza negativa salariale (a parità di ruolo guadagna meno di un uomo) e una differenza contrattuale ( a parità di livello d’istruzione le è preferita l’assunzione di un uomo). Così rischiamo, per l’ennesima volta nella storia di questo Paese, di dover scegliere se essere in primis mamma o lavoratrice. Un rischio che non vogliamo permetterci. Gli under 35 tendono spesso a spostarsi per ragioni di studio o di lavoro e questo fa si che si trovino in città differenti rispetto a quelle dei loro genitori, restando esclusi dal welfare informale, come da quello comunale per assenza dei criteri necessari e dal mercato privato per la precarietà salariale. l’Italia ha 3 over 80 ogni under 35. Se vogliamo avere un domani dobbiamo sostenere oggi le giovani famiglie e le nuove generazioni.  Inoltre la conversione su una dimensione digitale di molte professioni e di molte categorie di lavoratori e lavoratrici ha fatto emergere da una parte, la necessità di regolamentare la forma lavorativa dello Smart Working, dall’altra nonostante i genitori siano fisicamente presenti a casa, stando lavorando, necessitano di un sostegno nella cura e nell’educazione del figlio/figlia. I centri estivi così come le sperimentazioni educative estive presentano dei rischi di natura sanitaria non trascurabili, soprattutto per la fascia d’età a cui sono rivolti. Se non correttamente regolati, rischiano di essere un “boomerang sanitario” nel medio-lungo termine. Pur restando la necessità di risposte sulla sanificazione, quante volte al giorno in che modalità con che invasività, la ricerca degli spazi sta nel valore del territorio. Dobbiamo attivare la comunità educante e stimolare una cooperazione serrata tra il terzo settore, le società sportive, le associazioni culturali permettendo un lavoro in rete e l’uso dei loro spazi. Così come prevedere collaborazioni con altri enti per l’utilizzo degli spazi estivi o degli spazi bibliotecari o di alcuni musei o delle aree verdi pubbliche o private. Dobbiamo ripensare gli spazi urbani, imparando a guardarli con occhi diversi, dandone un’utilità sociale differente. Essendo un servizio full-time si pone il tema di scaglionare ingressi e uscite, di ripensare la programmazione delle attività e del servizio mensa. Quest’ultimo dovrà essere totalmente cambiato o coinvolgendo i genitori o modificando il metodo di erogazione pensando a pasti monoporzione in confezione usa e getta. Sul cosa fare si pongono due criticità. Innanzitutto soprattutto per i più piccoli, sarà molto complesso trovare attività che li tengano impegnati ma distanti tra loro per tutta la giornata. Poi, quest’anno, non possono avere una valenza meramente ricreativa ma devono avere anche una valenza educativa per cui dovremmo pensare a una programmazione che preveda sia attività di svago, di gioco, d’intrattenimento, di sport, ma soprattutto di educazione seppur in forme sperimentali. Alla luce di ciò il tema non è se fare il centro estivo o meno ma offrire una rete di servizi tra cui i centri estivi, certo, ma anche i voucher baby-sitter e l’estensione dei congedi parentali, potrebbero essere incentivate nursery aziendali, potrebbe essere attuata una maggiore flessibilità oraria a parità di salario. Ad esempio potrebbe essere pensato dal ministero o dalle regioni o addirittura dai comuni lo sviluppo di una piattaforma per l’incrocio domanda offerta di insegnanti per ripetizioni, baby-sitter o di educatori sul modello francese. Dobbiamo fare rete!”

Com’è la situazione a Firenze?

“Complessa. L’improvviso blocco del settore del turismo, una delle principali fonte di sviluppo economico ha avuto e avrà ancora per del tempo un impatto economico negativo. Il numero delle filiere, delle categorie e delle professioni coinvolte è notevole. Un intero schema totalmente saltato nell’arco di pochissimo. un vero e proprio shock. A questo si aggiungono le misure di contenimento del lockdown perpetuate per oltre due mesi e uno scenario futuro estremamente incerto. L’amministrazione ha risposto prontamente ed efficacemente provvedendo a sospendere tasse, imposte, contributi per i servizi a domanda individuale pur mantenendo i servizi offerti. Questo sta generando una situazione di sofferenza per il bilancio comunale per cui il sindaco Nardella, così come i sindaci delle principali città metropolitane stan chiedendo con forza sostegni finanziari per i comuni ed un fono ad hoc per le città d’arte. Il comune è il livello maggiormente prossimo al cittadino nonché soggetto erogatore di servizi (ex.: servizi sociali, biblioteche, pulizia stradale, manutenzione aree verdi, ecc), dare 1euro al comune equivale a darne 1 direttamente al cittadino sotto forma di servizi o sotto forma di contributi. Temo che la situazione peggiorerà prima di migliorare. Il potere di spesa del fiorentino medio è diminuito e se si aggiunge un timore nel vivere la socialità in spazi pubblici (ad esempio i ristoranti), non c’è sicurezza di ripresa in tempi brevi, almeno per il settore della somministrazione. Il frame è cambiato. Il virus non si vede, non se ne ha la percezioni di pericolosità e si è certi che si riceverà le cure. Differentemente il terrore della disoccupazione è tangibile e concreto e non sia la percezione di un aiuto esterno. Anzi! la delusione delle promesse strette a inizio aprile ha rafforzato questo bias. L’ondata di disoccupazione che rischiamo di avere mi preoccupa particolarmente. I settori più colpiti son quelli con maggiore precarietà salariale e contrattuale e in genere sotto qualificati. La sospensione di intere filiere, rischia di convertire queste nuove forme di disoccupazione in inoccupazione. Sarebbe il dramma! Dobbiamo intervenire con un programma capillare di formazione per la riqualificazione dei lavoratori al fine del reinserimento. Parallelamente dobbiamo sfruttare queste settimane per definire schemi alternativi e evitare di replicare un’economia monotipo. Dobbiamo differenziare! Ad esempio potremmo puntare su un altro flusso di persone costante e continuo entro la nostra città: decine di migliaia di under 40 che si muovono da tutta Italia e vengono a Firenze, per poi finire con lo sceglierla come città. Sono i giovani studenti universitari, tirocinanti, stagisti nelle aziende, praticanti, specializzandi, apprendisti. Tutti in formazioni o in fase di studio, vengono a Firenze per un periodo medio lungo ed hanno bisogno di una casa, di soddisfare i bisogni primari e di socialità. Un flusso che genera una domanda capace di dare linfa all’economia locale. Potremmo stimolarne la residenzialità entro il centro storico attraverso la stesura di un protocollo con i proprietari”.

Quando potremo rivedere di nuovo la Firenze città del turismo?

“Intanto pensiamo alla Firenze di oggi. Fino a quando non avremmo trovato il vaccino o quantomeno non avremo una cura certa è affidabile per questo maledetto virus io credo che sia veramente molto complesso fare le previsioni temporali affidabili. A questo dobbiamo aggiungere le teorie, non ancora smentite, di un ritorno ciclico del virus per cui ogni autunno-inverno potremmo aspettarci una ripresa del picco di contagi. I più pessimisti parlano di 2-3 anni. I più ottimisti parlano già di quest’estate grazie alle strategie messe in campo dall’Unione Europea, seppure dovremmo cerca di uscire dall’ottica campanilisti e sviluppare strategie di promozione turistica nazionale oltre a quella regionale. Certo è che il virus non ha colpito solo noi ma ogni singolo paese del mondo quindi il ritorno al turismo così come era richiede una molteplicità di fattori: condizioni di sicurezza sanitaria, di ripresa economica, di sicurezza individuale, predisposizione individuale alla spesa. Poi ci sono fenomeni, come il fallimento delle compagnie low-cost oppure l’aumento dei costi di trasporto e di vitto e alloggio che avranno degli effetti difficilmente calcolabili ad ora. Ad ogni modo dobbiamo circoscrivere la tipologia di turismo se su scala: intra-regionale o nazionale o extra Italia. Quello interno forse già per quest’estate potrebbe ripartire anche se forse è una forma che noi Fiorentini non abbiamo particolarmente apprezzato viziati dai numeri massicci di turisti che arrivavano attraverso i flussi aerei e le rotte turistiche. Potrebbero essere una piacevole sorpresa, un’occasione per ripensarci e resettare la nostra offerta! Una frase che mi dà sempre coraggio e speranza è “i regni passano le città restano”. L’approccio migliore a una cristi sistemica è capire cos’è che non andava, le cause di fragilità, le storture del sistema pre-esistente e cercare di eliminarle predisponendo nuove basi. Ecco nel che aspettiamo il turismo che sarà perché non rilanciamo un modello Fiorentino che sia intergenerazionale, interculturale, memore della tradizione ma lanciato nell’innovazione?”.

Sezione: Esclusive / Data: Mar 16 giugno 2020 alle 17:00 / Fonte: Intervista a cura di Raffaella Bon
Autore: Simone Dinoi
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