L'isola delle Rose (in esperanto Insulo de la Rozoj), nome ufficiale Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose (esp. Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj), fu il nome dato a una piattaforma artificiale di 400 m² che sorgeva nel mare Adriatico a 11,612 km al largo della costa tra Rimini e Bellaria-Igea Marina e 500 m al di fuori delle acque territoriali italiane; ideata dall'ingegnere bolognese Giorgio Rosa nel 1958 e terminata nel 1967, il 1º maggio 1968 autoproclamò lo status di Stato indipendente, ma di fatto fu una micronazione.

L'Isola delle Rose, pur dandosi una lingua ufficiale (l'esperanto), un governo, una moneta e un'emissione postale, non fu mai formalmente riconosciuta da alcun Paese del mondo come nazione indipendente. Occupata dalle forze di poliziaitaliane il 26 giugno 1968 e sottoposta a blocco navale, l'Isola delle Rose fu demolita nel febbraio 1969. L'episodio venne lentamente dimenticato, considerato per decenni solo come un tentativo di "urbanizzazione" del mare per ottenere vantaggi di natura commerciale. Solo a partire dal primo decennio del 2000 esso è stato oggetto di ricerche e riscoperte documentarie imperniate invece sull'aspetto utopico della sua genesi.

Nel 1958 l'ingegnere bolognese Giorgio Rosa pensò di costruire un telaio di tubi in acciaio ben saldati a terra, da trasportare in galleggiamento fino al punto prescelto (fuori dalle acque territoriali italiane) ed installarlo. Si costituì dunque la SPIC (Società Sperimentale per Iniezioni di Cemento), con presidente Gabriella Chierici, moglie dell'ingegnere e direttore tecnico. La prima ispezione del punto prescelto, al largo di Rimini, a circa 11,5 km dalla linea di costa, avvenne tra il 15 luglio ed il 16 luglio 1958, utilizzando un sestante ed allineandosi con il faro del grattacielo di Rimini.

Giorgio Rosa ipotizzò per la posa della sua isola di alzare il basso fondale marino con un sistema di dragaggio della sabbia trattenuta da alghe. I sopralluoghi avvennero utilizzando un natante, costruito in acciaio e propulso con un motore di una Fiat 500, e proseguirono per tutta l'estate del 1960, con frequenza bisettimanale, avendo come base un capanno sul molo di Rimini.

Nell'estate del 1962 però, per problemi tecnici e finanziari, l'impresa si bloccò; inoltre nell'ottobre dello stesso anno fu intimato dalle autorità italiane di rimuovere qualsiasi ostacolo alla navigazione.

Il 30 maggio 1964 furono contattate le Capitanerie di Porto di Rimini, Ravenna e Pesaro, rispettivamente per opzionare gli spazi in banchina, per i rifornimenti di gasolio e per la costruzione della struttura dell'isola presso i cantieri navali e per la pubblicazione dell'avviso ai naviganti per la segnalazione della presenza di strutture.

Per tutto il 1965 ed il 1966 proseguirono i lavori di armamento della struttura, ma molto lentamente, poiché per le avverse condizioni meteomarine si poteva operare per non più di circa tre giorni a settimana.

Il 23 novembre 1966 la capitaneria di porto di Rimini intimò di cessare i lavori privi di autorizzazione, poiché la zona era in concessione all'Eni. Il successivo 23 gennaio anche la polizia s'interessò della vicenda, richiedendo conferma che si trattava di lavori sperimentali. Il 20 maggio 1967 alla profondità di 280 metri dal piano di calpestio dell'isola fu trovata, per perforazione, una falda di acqua dolce. Il 20 agosto 1967 l'isola venne aperta al pubblico.

Intanto sull'isola i lavori continuavano: sui pali fu gettato un piano in laterizio armato alto 8 metri sul livello del mare su cui vennero eretti dei muri che delimitavano dei vani. L'area a disposizione era di 400 m². S'iniziò una soprelevazione di un secondo piano, che doveva concludersi, in previsione, in cinque piani. Fu attrezzata anche l'area di sbarco dei battelli (la "Haveno Verda", in italiano il "Porto Verde") – che avveniva tramite banchine e scale – con dei tubi di gomma pieni di acqua dolce (con peso specifico, quindi, minore, di quello dell'acqua di mare e galleggianti) per tranquillizzare lo specchio d'acqua destinato allo sbarco; questa soluzione era già stata adottata da analoghe piattaforme al largo di Londra.

L'isola artificiale dichiarò unilateralmente l'indipendenza il 1º maggio 1968, con Giorgio Rosa come presidente.

a dichiarazione di Giorgio Rosa fu resa pubblica con una conferenza stampa solo lunedì 24 giugno 1968.

La primavera riminese del 1968, come la precedente estate, vide traffico marittimo dalla costa italiana verso l'Isola delle Rose e viceversa, destando crescente preoccupazione da parte delle forze dell'ordine italiane.

Le azioni di Rosa furono viste dal governo italiano come uno stratagemma per raccogliere i proventi turistici senza il pagamento delle relative tasse, dato che l'Isola delle Rose era facilmente raggiungibile dalla costa italiana.

Presto la Repubblica Italiana dispose un pattugliamento di motovedette della Guardia di Finanza e della capitaneria di porto vicino alla piattaforma, impedendo a chiunque, costruttori compresi, di attraccarvi, di fatto ottenendo un blocco navale.

In quel momento l'Isola delle Rose aveva soltanto un abitante stabile, Pietro Bernardini, che, dopo aver naufragato nel mare Adriatico durante una tempesta, raggiunse la sicurezza della piattaforma dopo 8 ore in mare; successivamente prese in affitto la piattaforma per un anno.

Il 21 giugno 1968 Rosa ebbe un colloquio con il capitano Barnabà del Servizio informazioni difesa, il servizio segreto militare italiano.

Nel corso dell'estate del 1968 pare che la micronazione si fosse dotata (o avesse intenzione di dotarsi) di una propria piccola stazione radiofonica in onde medie, presumibilmente al fine di disporre di un mezzo d'informazione per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla propria causa e per contrastare le azioni repressive del governo italiano

Quale che fosse il motivo reale dietro la micronazione di Rosa, il governo italiano rispose rapidamente e con decisione: 55 giorni dopo la dichiarazione d'indipendenza, martedì 25 giugno 1968 alle 7:00 del mattino, una decina di pilotine della polizia con agenti della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza circondarono la piattaforma e ne presero possesso, senza alcun atto di violenza. All'isola fu vietato qualunque attracco, e non fu consentito al guardiano Pietro Ciavatta e a sua moglie, uniche persone al momento sull'isola, di sbarcare a terra.

Il "Governo della Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose" inviò un telegramma al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat per lamentare «la violazione della relativa sovranità e la ferita inflitta sul turismo locale dall'occupazione militare», venendo ignorato.

Il 5 luglio 1968 Stefano Menicacci, deputato del Movimento Sociale Italiano, inoltrò al Ministro dell'interno Francesco Restivo (DC) del secondo governo Leone, in carica dal 24 giugno 1968, la seguente interrogazione:

«Il sottoscritto chiede di interrogare il Ministro dell'interno per sapere quale sia l'atteggiamento ufficiale assunto dal Ministero in merito alla costruzione denominata "L'Insulo de la Rozoj" esistente al largo delle coste di Rimini, ed in particolare le disposizioni impartite alle autorità marittime italiane contro l'esistenza di tale grande manufatto marino. Inoltre, l'interrogante chiede di sapere se risponde a verità che la capitaneria del porto di Rimini già oltre un anno or sono per ordine del Ministro aveva impartito l'ordine di sospensione dei lavori e i motivi per i quali gli stessi, contravvenendo all'ordine ministeriale, non solo sono proseguiti, ma hanno portato ad una costruzione con condizioni di abitabilità, arredamento di negozi, stampigliatura di francobolli, apposizione di bandiera e conio di moneta, sino a far presumere l'esistenza di uno Stato-burletta nello Stato italiano. L'interrogante, inoltre, chiede di sapere in quale maniera intende intervenire con la massima energia per la tempestiva osservanza in casi del genere del codice della navigazione e delle leggi della Repubblica, oltre che per il rispetto - insieme all'ordinamento giuridico nazionale - dell'autorità statale anche al fine di non arrecare "a posteriori" pregiudizi economici e morali contro le iniziative incontrollate di terzi.»

(Stefano Menicacci, Interrogazione Parlamentare (3-00077) MENICACCI)

Il 9 luglio 1968 giunsero a Rosa varie proposte d'acquisto dell'isola.

Il 10 luglio 1968 Nicola Pagliarani, deputato del Partito Comunista Italiano, inoltrò al Ministro dell'interno Francesco Restivo la seguente interrogazione:

«Al Ministro dell'interno. Per sapere i precedenti nonché l'atteggiamento ufficiale attuale assunto dal Ministero sulla vicenda della costruzione denominata L'Insulo de la Rozoj esistente al largo delle coste di Rimini, di cui si è avuta così vasta eco sulla stampa nazionale ed estera.»

(Nicola Pagliarani, Interrogazione Parlamentare (4-00473) PAGLIARANI)

L'11 luglio 1968 le autorità italiane permisero al guardiano dell'isola Piero Ciavatta e a sua moglie di sbarcare a Rimini.

Il 7 agosto 1968 Rosa fu interrogato dal dottor Mariani della questura di Bologna e il giorno dopo fu emesso il dispaccio n. 519601/1.20 del Ministero della marina mercantile (il ministro pro tempore era Giovanni Spagnolli, senatore della Democrazia Cristiana), indirizzato alla capitaneria di porto di Rimini, con cui si notificava alla S.P.I.C., nelle persone del suo presidente Gabriella Chierici e del suo direttore tecnico Giorgio Rosa, di provvedere a demolire il manufatto costruito al largo di Rimini, con avvertenza che altrimenti si sarebbe proceduto alla demolizione d'ufficio.

Il 27 agosto 1968 Rosa notificò un ricorso in sede giurisdizionale di due pagine (il n. 756/68) firmato da Chierici, in qualità di presidente della S.P.I.C., e dagli avvocati Elvio Fusaro ed Enzo Bruzzi, alla capitaneria di Porto di Rimini, per conoscenza, e il 28 agosto 1968 lo consegnò all'Ufficio Ricorsi del Consiglio di Stato a Roma con la richiesta di sospensiva al decreto n. 2/1968 del 16 agosto 1968. La nota fu presa in esame dai professori Letizia e Ceccherini.

Il 4 settembre 1968 Umberto Lazzari, di Radio Monte Ceneri, interpellò il relatore del Consiglio di Stato, che assicurò un esito favorevole a Rosa.

Il 21 e 22 settembre 1968 vennero indicati i nomi dei componenti della 6ª sezione del Consiglio di Stato che doveva giudicare.[17]

Il 24 settembre 1968 la Commissione speciale del Consiglio di Stato produsse un parere favorevole a un quesito posto dal Ministero della marina mercantile circa i provvedimenti da adottare per la rimozione dell'isola.

Il 27 settembre 1968 venne trattato in prima udienza il ricorso; una seconda seduta si tenne l'8 ottobre, e in questa sede il ricorso venne respinto; il relatore Mario Gora e il consigliere Lorenzo Cuonzo, si seppe in seguito, votarono favorevolmente al ricorso.

Intanto il 30 settembre 1968 le autorità governative italiane stimarono (con un preventivo) che la demolizione dell'isola sarebbe costata circa 31 milioni di lire.[18]

Il 6 ottobre 1968 l'avv. Praga propose a Rosa di interessare Nicola Catalano, già giudice della Corte di Giustizia delle Comunità europee dal 1958 al 1962, per un ricorso al Consiglio d'Europa di Strasburgo.

Il 15 ottobre 1968 a Rosa fu comunicato dal brigadiere Biscardi di Bologna e da Olivieri, capo ufficio postale di Via de' Toschi n. 4 in Bologna, che giacevano in quell'ufficio postale, provenienti da Copenaghen, riviste e documenti per l'Isola delle Rose.

Sempre il 15 ottobre 1968 l'aiutante ufficiale giudiziario Nello Vanini notificò alla Capitaneria di Porto di Rimini, per conoscenza, un ulteriore ricorso in sede giurisdizionale (n. 951/68), di otto pagine, firmato da Gabriella Chierici, dallo stesso Rosa e da Fulvio Funaro, inviato all'Ufficio Ricorsi del Consiglio di Stato a Roma con la richiesta di sospensiva al suddetto decreto n. 2/1968 del 16 agosto 1968.

Il 1º novembre 1968 furono interessati anche Giovanni Bersani, delegato all'Assemblea parlamentare della CEE nella Democrazia Cristiana, e Cleto Cucci del Foro di Rimini.

Il 18 novembre 1968 Nicola Catalano, insieme con Cleto Cucci, decisero di chiedere l'Accertamento Tecnico Preventivo sull'isola.

Il 26 novembre 1968 Nicola Catalano ebbe un colloquio con Renato Zangheri, del Partito Comunista Italiano, che sarebbe stato sindaco di Bologna dal 1970 al 1983, il quale «sostiene che dietro a me [Giorgio Rosa, N.d.R.] c'è una Potenza straniera»,[19] si vociferò persino l'Albania comunista di Enver Hoxha, all'epoca già fuori dal Patto di Varsavia.

Il 29 novembre 1968 arrivò a Rimini un pontone della Marina Militare Italiana, che sbarcò a terra tutto quanto vi era di trasportabile dall'isola. Sul pontone si prepararono anche le cariche di esplosivo da collocare sull'isola per la demolizione. Nella stessa giornata, Nicola Catalano, a Parigi, venne informato telefonicamente del precipitare degli eventi da Praga.

Il 1º dicembre 1968 Rosa ebbe un colloquio con Luciano Gorini, consigliere comunale di Rimini della Democrazia Cristiana e già Presidente dell'Azienda Autonoma di Soggiorno di Rimini dal 1960 al 1965, che presentò un'interpellanza.

Altri telegrammi d'appoggio all'isola vennero spediti, da un tal sig. Rico, a Pietro Nenni, a Giacomo Brodolini e Giacomo Mancini del Partito Socialista Italiano, e a Luigi Preti e Mario Tanassi del Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI).

Il 3 dicembre 1968 venne giurato l'Accertamento Tecnico Preventivo dell'ing. Giuseppe Lombi di Rimini, che chiese 5 mesi per l'espletamento dell'incarico peritale. La capitaneria di porto di Rimini asserì di non poter non eseguire l'atto amministrativo della demolizione, fissando per il giorno 10 dicembre 1968 il sopralluogo sull'isola, sopralluogo poi rimandato per una mareggiata.

Anche Berti perorò la causa dell'Isola delle Rose con l'onorevole Luigi Preti, che però non volle impegnarsi. Il 17 dicembre 1968 si ebbe un incontro tra l'avv. Roma e Gozzi dell'avvocatura dello Stato di Bologna da cui risultò che «si vocifera che il governo italiano ne fa una questione di principio»[20].

Il 19 dicembre 1968 Rosa ebbe dei colloqui anche con funzionari del Sovrano Militare Ordine di Malta, che però giudicarono la questione «oramai troppo compromessa».

Il 21 dicembre 1968 si tenne un'udienza davanti al pretore di Rimini, che mantenne il decreto di Accertamento Tecnico Preventivo, sollecitando i sopralluoghi peritali.

Il 23 dicembre 1968 si svolse il sopralluogo. In mattinata, sull'isola, per constatarne lo stato, si recarono il consulente tecnico d'ufficio Giuseppe Lombi, i geometri Gaetano Vasconi di Rimini e Nobili (ambedue come testimoni), nonché l'ing. Buono di Ravenna, mentre nel pomeriggio nel porto di Rimini si constatò l'inventario dei materiali sequestrati dalla Marina Militare Italiana il 29 novembre. Mancavano all'appello parecchie apparecchiature, tra cui il nautofono.

Gli esperantisti del Gruppo Esperantista Riminese (G.E.R.) suggerirono la donazione dell'isola a loro. Il 28 dicembre 1968, in mattinata, nuovo sopralluogo sull'isola a cui parteciparono Giuseppe Lombi e Rosa; nel pomeriggio, Rosa si recò a Villa Verucchio per un incontro con l'onorevole Luigi Preti, che rinnovò il suo disinteressamento.

Il 22 gennaio 1969 il pontone della Marina Militare Italiana salpò per l'Isola delle Rose, per la posa dell'esplosivo per la distruzione.

Rosa rilasciò una durissima intervista ad Amedeo Montemaggi di Rimini de "Il Resto del Carlino", che però tagliò la frase: «mi vergogno di essere italiano!».[senza fonte]

L'11 febbraio 1969 sommozzatori della Marina Militare Italiana (del G.O.S. - Gruppo Operativo Subacquei appartenente al COM.SUB.IN. - Comando Subacqueo Incursori "Teseo Tesei"), demoliti i manufatti in muratura (cementizia e laterizia), e segati i raccordi tra i pali della struttura in acciaio dell'Isola delle Rose, la minarono con 75 kg di esplosivo per palo (675 kg totali) per farla implodere e recuperare i detriti (perché pericolosi per la pesca). Tuttavia, fatte brillare le cariche l'isola resistette alla prima esplosione, in quanto i piloni portanti erano stati costruiti a cannocchiale e con l'esplosione si creava solo un'incavatura. Dopo 2 giorni, il 13 febbraio 1969, vennero applicati per ogni palo 120 kg di esplosivo (1.080 kg totali), ma la nuova esplosione fece solo deformare la struttura portante dell'isola, senza farla cedere.

Mercoledì 26 febbraio 1969 una burrasca fece inabissare l'Isola delle Rose. L'atto finale venne comunicato nel Bollettino dei Naviganti dell'Emilia-Romagna.

A Rimini furono affissi dei manifesti a lutto, in cui si diceva:

«Nel momento della distruzione di Isola delle Rose, gli Operatori Economici della Costa Romagnola si associano allo sdegno dei marittimi, degli albergatori e dei lavoratori tutti della Riviera Adriatica condannando l'atto di quanti, incapaci di valide soluzioni dei problemi di fondo, hanno cercato di distrarre l'attenzione del Popolo Italiano con la rovina di una solida utile ed indovinata opera turistica. Gli abitanti della Costa Romagnola.»

Sezione: RicorDATE? / Data: Sab 01 maggio 2021 alle 00:40 / Fonte: wikipedia
Autore: Politica News Redazione
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