Con la scomparsa di Silvio Berlusconi molti hanno pensato che i rapporti tra potere politico e potere giudiziario potessero finalmente correre lungo i binari di quell’equilibrio fra i poteri che costituisce uno degli elementi cardine di ogni democrazia. E invece nulla sembra essere cambiato davvero, ma la sensazione è l'attuale governo continui quella resa dei conti fra le due parti che ha toccato l’acme con tangentopoli e poi, con l’ascesa di Berlusconi.

Non stupisce più di tanto, dunque, che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la recente visita negli Stati Uniti, abbia evocato una sorta di complotto di una parte della magistratura contro il governo. Crosetto non ha fornito particolari ma si è detto disposto a farsi ascoltare dalla commissione parlamentare Antimafia, o dal comitato parlamentare sui Servizi segreti.

Ma ancor più significativo è che tutto ciò stia avvenendo in un momento in cui il governo sta, provvedimento dopo provvedimento, mettendo mano a quella riforma della giustizia che è e rimane uno dei punti cardine dell’esecutivo. Fin dai suoi primi passi la riforma è stata osteggiata dall’Associazione nazionale magistrati ma i toni della polemica sono ulteriormente saliti in queste ultime settimane, dopo che esponenti della maggioranza hanno ipotizzato d’introdurre i famosi test attitudinali per le toghe.

E sebbene la novità non sia stata inserita negli ultimi provvedimenti varati da Palazzo Chigi, è pur vero che l’ipotesi rimane allo studio e sul tavolo del governo. Il che basta per scatenare le proteste dei magistrati. Siamo dunque ancora in quell’atmosfera da resa dei conti che ha contraddistinto gli ultimi venti-trent’anni della storia di questo paese. Una resa dei conti che ha avuto il suo apice con tangentopoli quando, “scoperti” i finanziamenti illeciti ai partiti, il pool di mani pulite, forte del consenso popolare, assunse un ruolo politico che andava ben oltre lo spirito della legge: doveva essere smantellato il sistema dei partiti, si doveva colpire tutta la classe dirigente del paese, per far nascere un nuovo sistema.

Il punto più basso di quella stagione fu quando il pool milanese si presentò davanti alle telecamere insieme al procuratore capo, Francesco Saverio Borrelli, per protestare contro il provvedimento annunciato dall’allora ministro della Giustizia, Alfredo Biondi, che modificava la legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Il provvedimento, giusto o sbagliato che fosse venne ritirato ma quello dei giudici milanesi fu un vero e proprio colpo di mano che sottrasse al parlamento il diritto di pronunciarsi su una legge presentata dal governo.

Dopo quella stagione, il malaffare non è stato estirpato mentre è cresciuta la malapianta dell’antipolitica. Una colpa che va divisa in parti uguali tra una certa magistratura ed una cattiva politica. E ciò a fronte della stragrande maggioranza dei giudici che hanno continuato ad applicare la legge senza recitare ruoli che non gli sono propri. Così come resta improprio l’uso della magistratura che spesso la politica ha favorito, per liberarsi di qualche avversario.

Sezione: Politica italiana / Data: Gio 30 novembre 2023 alle 17:30
Autore: Tommaso Di Caprio
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